Curiosità: gli errori di traduzione più comuni

I false friend, i nemici delle traduzioni corrette: stiamo parlando non solo dei falsi amici delle traduzioni italiano-inglese, ma per estensione di tutti quei meccanismi propri della nostra lingua, così radicati e inconsapevoli, da traslarsi nel momento in cui stiamo traducendo una frase. Gli errori più comuni durante una traduzione avvengono infatti sulla base delle sicurezze e delle comodità che la nostra lingua di origine ci offre. L’unico modo efficace per tradurre dei contenuti in maniera fedele alla lingua “di destinazione” è quello di pensare direttamente nell’idioma di riferimento. Se non si è in grado, la soluzione è una e a portata di mano: affidarsi a delle traduzioni professionali e scegliere tra varie tipologie di traduzioni: https://www.eurotrad.it/traduzioni/. Gli errori di traduzione più comuni e difficili da correggere riguardano la sintassi, ossia il posizionamento degli elementi all’interno di una frase e in relazione a loro stessi. La sintassi italiana ha alcune peculiarità che la contraddistinguono (ad esempio il famoso “TE-CA-MO-LO” che identifica la posizione e l’ordine delle tipologie di complementi) e la differenziano in maniera netta dalle altre lingue. Ecco perché la maggioranza degli errori deriva proprio dal pensare in italiano. Se si procede invece a formulare la frase direttamente nella lingua in cui si desidera tradurre, sarà molto più facile seguirne il naturale ordinamento. Questo è un esercizio che si consiglia spesso di fare, soprattutto a chi deve viaggiare molto per lavoro, per aiutare a calarsi nell’idioma – e nel pensiero – di un altro luogo. Già, perché sono molte le caratteristiche di una lingua che possono parlare per il popolo che la utilizza. Volendo semplificare – ed esemplificare – questo concetto basti pensare al rigore proprio della lingua tedesca, che ben simbolizza il carattere della popolazione germanica. O ancora, alla relativa semplicità lessicale e sintattica propria dell’inglese, lingua la cui informalità ha contribuito al successo, rendendola di fatto veicolo di scambio internazionale. Se si prendono invece i discendenti delle lingue romanze, non è difficile vedere il legame con il carattere dei popoli latini e l’espressività ricca, complessa e molto spesso densa di teatralità che li rappresenta.

L’omissione di so… ggetto: un reato intraducibile

Oltre agli errori di sintassi, che fanno riferimento a una visione generale più ampia che comprende sia aspetti strettamente linguistici sia quelli più legati alla cultura, esistono dei veri e propri pattern di “trappole” in cui chi parla italiano spesso rischia di cadere.
La lingua italiana è così ricca di sfumature e variabili che spesso nell’esprimere dei concetti all’interno di una frase, tralasciamo l’inserimento del soggetto. Questa peculiarità caratterizza praticamente solo la nostra lingua tra quelle europee. Se si vuole tradurre una frase in inglese bisogna sempre inserire il soggetto, altrimenti non risulterà comprensibile nella maggioranza dei casi.
Proseguendo nella nostra ricerca delle trappole linguistiche più frequenti non si può non menzionare chi cede alla tentazione… di rafforzare la negazione. Ecco un altro errore molto comune commesso dal madrelingua italiano che si approccia alla traduzione di una frase. In alcune lingue europee, inglese in primis, la costruzione di una frase che ha come obiettivo quella di esprime una negazione non funziona affatto come in italiano. Forse perché siamo molto abituati a rafforzare i nostri concetti, enfatizzandoli in tutti i modi possibili – basti pensare ad esempio al nostro incessante gesticolare -la lingua italiana tende a negare due volte, sia con un verbo che lo esprime implicitamente, sia con un avverbio proprio di negazione. Al contrario, l’inglese, un idioma che tende al risparmio linguistico estremo, la fa molto più semplice: ecco che per tradurre l’espressione italiana “non significa nulla” nella lingua di Albione sarà sufficiente dire: “It doesn’t mean anything”. Uno degli errori in cui incappiamo più spesso è quello invece di associare un avverbio di negazione, come “nothing”, che è estremamente scorretto in inglese.

“Prendere o fare”: questo è il dilemma!

Un altro errore davvero comune riguarda il verbo “fare”, che gli italiani utilizzano in moltissimi e svariati contesti, portandoli quindi a pensa che questa caratteristica si possa trasporre anche una volta tradotto un concetto. Nelle altre lingue, invece, sono altri e diversi i verbi utilizzati per creare dei concetti più ampi. Prendiamo il caso dell’inglese, una lingua in cui i phrasal verbs sono spesso costruiti con l’utilizzo del verbo take, che può vantare una gamma davvero ampia di combinazioni possibili per arricchire le espressioni di questa lingua. Ad esempio, in italiano diciamo “farsi una doccia”, mentre in inglese perde il carattere riflessivo e diventa “to take a shower”. Vale lo stesso discorso per molti altri verbi fraseologici, come ad esempio “fare una fotografia”, che in inglese diventa “to take a picture”.
Un errore molto comune che deriva dalla flessibilità della nostra lingua riguarda la posizione dell’aggettivo all’interno della frase. Se è indubbio che in italiano è possibile giocare a posizionarlo o prima o dopo a piacimento vicino al sostantivo, in inglese l’aggettivo va sempre prima del nome al quale attribuisce una qualità. Un esempio? Basti pensare al suono della frase (ovviamente non corretta) “the teacher with the pen red”… fa rabbrividire anche il traduttore alle prime armi. Un po’ come l’immagine che evoca.
Per evitare di incappare in questi ed altri tipici errori di chi traduce dall’italiano la soluzione è quella di affidarsi ad un servizio di traduzione professionale: l’unica vera risposta che non rischia di essere travisata da uno straniero.

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Giulia Granati Written by:

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